martedì 8 dicembre 2009

Come un amore

Quando il tempo ti donerà la distanza che meriti da lui
Avrai una nuova laurea e i tuoi soldi
Per comprare le cose che ti servono

Maschererai il cinismo dietro vestiti colorati
Inizierai a leggere i quotidiani
E ucciderai la malizia delle tue intuizioni


Tornerai a fumare Merit e ad andare al teatro

Scoprirai che bastare a sè è una pratica dolorosa
Che rimesta i confini della propria sensibilità

"Sei bella" ti ripeteva lui
"Tu di più" gli rispondevi


Quando la notte ti morderà le viscere
Con l'incombenza della progettualità
E quei maledetti pensieri di ulteriorità
Prolungherai la tua pigrizia di cento metri quadri
Sveglierai tua madre che ti aiuterà a curare le piante nel buio
Ma non ti accorgerai di tutte le radici secche
Che lei estirperà imprecando


Tornerai a bere la trappista e a collezionare orologi
Scoprirai che bastare a sè è una pratica necessaria
Che raccoglie in unico raggio le mille voci della nostalgia

"Sei bella" ti diceva
"Come te" rispondevi


Ora che il tempo ti ha donato la giusta distanza da lui

Mostri con orgoglio le tue ferite
E sai sorridere come quando eri bambina


Senza di lui saresti stata un'altra

giovedì 19 novembre 2009

Trittico della miseria + "Sopportate la mia miseria"

Con molto piacere ho ricevuto ieri queste tre opere dall'amica Daniela. Tempo fa le avevo proposto di pubblicare qualcosa, di partecipare attivamente al blog anche solo con dei commenti (proposta che ho rivolto a molte persone e che resta viva in ogni momento; chiunque avesse qualcosa da dire è benvenuto dentro la Tana). Finalmente ha deciso di esporre qui qualche suo lavoro e le sono grato per questo. Lascio a voi ogni giudizio, mentre io mi limiterò a trascrivere le parole che il trittico mi ha rubato.



FACILMENTE INFIAMMABILE!
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Daniela Di Lullo



DI TUTTO CONOSCIAMO IL PREZZO DI NIENTE IL VALORE!
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Daniela Di Lullo



JEWELLER-EAT
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Daniela Di Lullo



Disperato tra i rintocchi del mercato
Sono cieco di fronte alla combustione delle mie cifre
La tecnologia ci azzera
Fatemi fuggire
Fatemi evitare i colori del cibo
Aiutatemi a comprendere il fascino dell'azzardo
Sopportate la mia miseria come io sopporto quella altrui





lunedì 9 novembre 2009

Luna beffarda e ostile

"Un sogno, non è mai soltanto un sogno", amava ripetere Stanley Kubrick. Ecco perchè mi piace il breve racconto inviatomi da Gabriele. E' come un sogno e non lo è; esprime sentimenti reali e disegna situazioni fantastiche. Squaderna molteplici dimensioni e le dispone tra ottimismo e frustrazione, tra amore ed odio.
Vi auguro buona lettura.


Di certo a tutti voi sarà capitato di avere quella sensazione di cadere nel vuoto quando si è sul punto di addormentarsi e di sobbalzare con un sussulto. Ecco l'altra sera mi capitò di non sentire quel brivido e caddi nel vuoto.

Non ricordo per quanto tempo ma è stato molto lungo il mio viaggio. Attraversai diversi tipi di realtà e e ne sono consapevole soltanto adesso che sono sveglio.

Fu un atterraggio piacevole e rassicurante. Presi coscienza e mi ritrovai naufrago, nuotavo tranquillo nel mio mare, quello della mia amata terra; mi sentivo bene e pieno di forze e il contatto dell'acqua al mio petto era come un abbraccio materno, tanto che fu spontaneo fermare le mie braccia e lasciarmi cadere un'altra volta, in posizione fetale come se stessi nel grembo del mare.

Caddì e mi lasciai cullare dalla corrente. Al mio risveglio ero in un campo arido, simile a quelli che ci sono nella mia odiata terra. Come per istinto, cominciai a seminare in quella terra avara, speranzoso che lì potessero germogliare dei nuovi sentimenti, nuove illusioni.

Non ricordo nient'altro di questa avventura dentro la mia anima.

Nei giorni a seguire, da persona desta, finsi che dentro me il vento spingesse con se il calore del sole e riscaldasse la mia semina mentre la pioggia delle mie nostalgie l'annaffiasse.

Ma un sole polare non scalda e una pioggia acida corrode. E' per questo che da quella semina, nascono ogni giorno meccaniche monotonie, noie perennemente viscide, allegrie effimere, gioie astratte, e si allattano sbalzi d'umore.

E' una luna beffarda e ostile. Ma ci saranno giorni migliori.


domenica 1 novembre 2009

#4 (Dio è nel silenzio) - Il Rigattiere

Terzo e i suoi trambusti, piacevole ritorno. Doveva venire a trovarmi e portarmi il racconto personalmente ma non ha potuto perchè "è un raccontino breve, che finisce male perchè non finisce".

Forse però non finirà mai e chissà da quanto è così. O forse siamo noi che non ne vedremo mai la fine.
Questo è Il Rigattiere, buona lettura.

Giriamo l’angolo della farmacia ed eccoci davanti al portone di casa, bel portone in legno decorato con intarsi arabeschi, Aldo si gira e mi dice: “il mio loft è al terzo piano”. Beh, più che loft io lo chiamerei monolocale, o meglio ancora garage, magazzino forse; è una stanza enorme senza pareti quella che m’annuncia come casa sua. M’invita ad entrare e posare la giacca sopra la poltrona indicandomi un mucchio alto circa due metri di giacche e cappotti. Dando un’occhiata alla casa mi accorgo che è davvero un magazzino pieno di cianfrusaglie varie, c’è addirittura un vecchio sidecar della seconda guerra mondiale “bello eh? Quello l’ho preso quasi trent’anni fa da un gruppo di zingari che passavano di qui e pensa … quando l’ho preso camminava ancora! Adesso lo uso come sopramobile.”

Non m’interesso più di quel cimelio e vado verso il tavolo vicino ai fornelli della cucina dove Aldo sta facendo il caffè. Da una credenza piglia un barattolo di ceramica di quelli con la chiusura di metallo, da un altro sportello poi, tira fuori la caffettiera e con mio grande stupore m’accorgo che è il modello napoletano, sapete quella che si gira una volta che l’acqua bolle. Tiro fuori il tabacco e inizio a farmi una sigaretta e per rompere il ghiaccio inizio a parlargli di me, di cosa faccio per vivere, quello che studio, i miei interessi. Lui ascolta mentre prepara il caffè e appena finisce si gira, si siede e mi dice che non si può fumare.

Poso la sigaretta facendo un sorriso e chiedo in silenzio se può fare uno strappo alla regola; Aldo sembra capirmi e con la testa mi ripete il no: “ho smesso di fumare quindici anni fa, secondo te ti faccio fumare qui? Si quindici, ma non è dura come pensa la maggior parte della gente. Un giorno ti annoi e smetti di fumare, c’è chi non si annoia e continua.” Inizia a raccontare di quando negli anni settanta era in facoltà, era giovane e i fermenti di quegli anni non si scordano più “eravamo belli, giovani e sentivamo che potevamo cambiare davvero qualcosa. Col senno di poi ti posso dire che abbiamo avuto paura nel momento migliore, ma poi la gente ha chiuso gli occhi, altri sono stati convinti o sono stati presi in giro dal sindacato e alcuni si sono impiegati nei servizi segreti. I molti sono diventatati dirigenti, in molti sono morti, che poi è la stessa cosa, io e la mia donna siamo andati in America Latina a farci una vacanza.” Mi dice delle difficoltà di quel viaggio: non potendosi permettere un biglietto aereo sono partiti in nave, lui ha anche lavorato da cameriere a bordo per pagare una parte di biglietto. Arrivati dall’altra parte del mondo hanno iniziato a lavorare di pollice “come dici tu quando fai l’autostop? Siamo arrivati fino a Capo Horn con i passaggi. Senza soldi ci siamo divertiti, abbiamo conosciuto molta bella gente, di quella paesana, quella ai margini delle grandi strade. Villaggi stupendi e cibo buono, molta pioggia e cieli immensi, cieli enormi che t’inghiottono, di quelli nuvolosi densi, a pecorelle, nuvole sfilacciate come cotone sulla testa da farti venire il torcicollo. E distese di niente, fin dove arriva l’occhio c’è il nulla, per due giorni siamo rimasti soli su una strada non passava una macchina, non un camion che ci accompagnasse un poco più in là. Quando siamo rientrati in Italia la situazione era completamente cambiata. Erano gli anni ottanta, ci siamo accorti di aver viaggiato per quasi dieci anni e non riconoscevamo niente della nostra città, era tutto diverso; sembravamo stranieri in casa. Gli amici erano cambiati, adesso avevano una famiglia e al posto dei jeans avevano pantaloni e giacche. Non tanto per i vestiti che non hanno un valore in sè, ma per quanto riguarda il loro modo di pensare. Li ricordavo ribelli e non borghesi, adesso invece erano ingabbiati nei loro concetti e preconcetti, si erano scordati tutto lasciando il posto a cose come il capo ufficio, la macchina più larga visto che è in arrivo un bimbo, la domenica allo stadio dove si può essere se stessi.”

Quest’uomo di quasi sessant’anni mi racconta del passato, più di vent’anni fa, e io rivedo l’attualità. E mentre glielo dico Aldo fa un amaro sorriso “una volta qui, dopo l’America, mi sono dovuto adattare anch’io. Non sapevo come però, ci sono stati momenti difficili e non volevo finire dentro un ufficio, avevo ancora l’odore di quei cieli nel naso e di finire dentro quattro mura asettiche non era la mia aspirazione. La mia compagna, lei come tutte le donne, ha fatto meno fatica a riadattarsi e alla fine dopo una serie di liti e pianti ci siamo separati. Ora so che è felice e ha avuto tre figli con suo marito. Pensa … quando stavamo insieme odiava il matrimonio! Non cambiare mai idea non sempre è coerenza, cambiarla spesso non sempre è segno di adattabilità. Ci vuole una misura; e un giorno ho conosciuto un croato che faceva il rigattiere.”



Terzo

venerdì 30 ottobre 2009

Tu ed io

Dove finiscono i tuoi baci adesso?
Quanto possono allungarsi le mie dita?

Schiudiamo fidatezza e calpestiamo le pretese evanescenti.
Tracciamo percorsi impervi senza cedere all'abbandono.
Siamo indomabili maratoneti sugli altopiani della passione
e la pressione non ci fa mai spavento.

Tra voglie barricate e contatti virtuali,
resistiamo in primo piano sullo sfondo di una dolorosa convergenza tra democrazia dello svuotamento e dittatura del nulla.

Siamo il domani che non sarà domani
ma alleviamo con dignità il nostro sogno di un grembo in fiore.

Ogni giorno tu ed io.

lunedì 26 ottobre 2009

Cittadino Italiano

Pigiama rigato rossoazzurro, altro che tessera elettorale!

Per intima protesta avevo deciso di non lavare neanche i denti ieri chè meritavo un alito da fine dell'universo. Sarebbe stata la pena piu equilibrata da infliggere a quella parte di me che ogni tanto pensa che ci possa essere ancora un partito da ascoltare con interesse.

Vi rassicuro subito: i denti li ho lavati appena alzato, ancor prima del primo caffè di giornata. Il sapore del caffè deve rimanere sul palato più a lungo possibile; è uno scempio troncarlo con quello prorompente del dentifricio. Ho lavato i denti perchè dopo tutto non meritavo una tale condanna.
Che ho mai fatto di male? Solo ogni tanto ho cercato di cogliere nelle parole dei dirigenti democratici (strictu sensu o latu sensu, fate voi) qualche idea nuova e - posso usare questa parola? speriamo non si incazzi nessuno...- rivoluzionaria.
Ho letto le mozioni, ho visto decine di stomachevoli tribune elettorali e in passato, in preda a raptus di autolesionismo mediatico, ho inghiottito intere puntate di Porta a Porta (mio dio, tutti quei nei e quei din-don!). Amici miei, io sono riuscito a trarne fuori il nulla: stava seduto su quei divanetti solitamente di pessimo gusto.

Chi trova il nulla trova un tesoro, mi sono detto. Ma il mio tesoro è formato tessera, ci sta scritto il mio nome sopra e una firma mia che non ho fatto io. PD bianco, rosso, verde. Cinque foglie e cinquemila maledizioni a chi ha rapito il mio diritto di scelta. Un Biondo mi ha tesserato e non ho potuto dire no: non ha chiesto il mio parere.
Eppure il problema probabilmente non è tanto il tesseramento occulto quanto il fatto che nessuno riesce a farmi sognare. E non è colpa mia se sono un cittadino esigente.

Nessuna rivoluzione. Tre milioni di elettori esigono rispetto, per carità. A me non resta che aspettare altre insospettabili stagioni di speranzoso amore.


P.S. Qualcuno si domanderà cosa non mi ha convinto delle tre mozioni (Bersani, Franceschini, Marino).Preferisco dare un giudizo stilistico più che contenutistico (le mozioni sono facilmenti reperibili online, chi vuole leggerle se le cerchi). Ognuna di esse ha il gusto di slavato senso comune. Tutte affrontano i temi che un vero partito dovrebbe affrontare (lavoro, sanità,istruzione, giustizia) affidandosi alla più leggera e autoreferenziale comunicazione politica (tranne quella di Marino in alcuni casi). Quando si finisce di leggerle si è molto più confusi di prima e si ha una volta di più l'impressione che chi dice tutto dice niente (ecco perchè ho postato il video di Guzzanti/Rutelli: vorrebbe dire tutto e invece...). Nessuna soluzione, nessuna idea riformatrice; solo parole, parole stomach aiming, parole mindless.





lunedì 5 ottobre 2009

Tre Ottobre Duemilanove


"Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso d’asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso d’angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso d’angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica." (Piero Calamandrei)



Per essere chiari: si difende qualcosa che già si possiede e che tuttavia si vede in pericolo. Altrimenti non parleremmo di difesa ma di conquista o riconquista.Tutto ciò sembra ovvio, ma in questi giorni ho capito che molti ignorano il senso dell'espressione "difesa della libertà".